Perchè, dopo la maturità, ho scelto filosofia.

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Sono giorni di esami. Ma non tanto di esami universitari, sono i giorni della maturità. L’unica cosa che mi ha lasciato la maturità è: la maturità è la cosa più brutta di tutte. I ragazzi più grandi cercavano di rassicurarmi e così facevano anche i miei genitori, ansia ma poi è una passeggiata. No, è la cosa più difficile di tutte. 

Ma stasera, verso la fine della carriera universitaria, mi sono ricordato del perchè ho scelto quello che ho scelto. Ed ho scelto di fare filosofia. Una volta lessi su un diario che per quanto uno possa impegnarsi a studiare, per quanto uno possa pensare alla propria morale e costruire la sua persona, alla fine i valori che deciderai di seguire sono quelli che da bambino hai ritenuto, nella solitudine, essere giusti. 

Non so se ci credo molto. Però ho deciso di fare filosofia per questi motivi:

– non potevo concepire una vita di mia madre in mia assenza, cosa guarda lei che parla in ufficio mentre io sono all’asilo? Cosa se non il mio pensiero e basta?

– una volta c’era un pezzo di legno per terra, mi chiesi incessantemente quale potesse essere il punto di vista del pezzo di legno sul mondo. Quando fossi sparito da quel prato quel pezzo di legno sarebbe rimasto comunque, cosa avrebbe vissuto? Ma soprattutto, lo sapeva? 

– da bambino sapevo benissimo, ed ora l’ho dimostrato, che i fantasmi esistono. Ho deciso di fare filosofia perchè in una stanza allungavo la mano per accendere la luce prima di entrare, strizzando gli occhi dal terrore. 

– quando leggevo un libro non me ne ricordavo nulla, ma poi, lontano nel mondo, qualcosa faceva sempre ricordare tutto quanto, un bicchiere, ad esempio, si caricava dello stile del libro.

– quando si pensa ad un luogo, ad una persona, si ha sempre una prima immagine che spunta. La prima di tutte, che spesso deriva da un ricordo o da un’insieme di ricordi. Io sapevo quando stavo vivendo qualcosa che avrebbe sostituito l’immagine che precedente avevo di quella stessa cosa.

– quando sogno, ed un pericolo mi viene incontro. Sono tranquillo, mi basta chiudere gli occhi per eliminare tutto quel mondo e svegliarmi. Funziona sempre, ogni notte. Faccio filosofia perchè non capisco come possa io, non sapendo di stare sognando, avere l’istinto di chiudere il mondo. E non capivo come un sogno sia solo legato allo sguardo, nella misura in cui eliminando questo, si elimina il sogno. Non capisco perchè a volte mi sveglio in un altro sogno e questo mio trick non funziona. 

Ho scelto filosofia perchè ero qualcosa, non per diventare qualcosa. 

Ci sono dei problemi di base da risolvere. 

L’apprensione di Mr. Bale.

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Quando Mr. Bale rientra in casa è sempre sudato. In estate ha una lunga striscia di sudore appena sopra la pancia e sotto le ascelle, colpa del caldo di una macchina lasciata sotto il sole tutto il giorno.

Non sorride quasi mai quando chiude la porta dietro di sé e con le poche energie rimaste barcolla verso l’attaccapanni e il bagno. Ogni sera, dopo nove ore passate a combattere una guerra d’altri alla scrivania, si mette a leggere la posta e apre le finestre per far prendere aria alla casa – o per riuscire a respirare. Ci sarebbero troppe cose da sistemare, arretrate. Preferisce abbandonarsi sulla poltrona.

Dopo qualche minuto, nella penombra della stanza, si alza a prendersi da bere. Adora la Sprite quando frizzano centinaia di bollicine sul suo naso. Si risiede più convinto di prima, con la voglia di starsene. Guarda il fuoco, spento. Sarebbe impreciso dire che stia guardando il caminetto, il suo sguardo perso zampilla nel vuoto e la fiamma dei suoi occhi è lontana, non si vede ma sarà almeno due o tre metri dopo di lui, come il caminetto.

Mr. Bale sta pensando a sua moglie. Se guarda in cucina può ancora vedere il suo piatto, un cimelio. Si ricorda di tutto e i ricordi arrivano uno dopo l’altro tassonomici, seccano il sudore. Questa penombra è perfetta per tutta la malinconia dal sapore di Sprite che incarna Mr. Bale. Più uno sguardo è perso nel vuoto più la mente lavora. Con questa convinzione inizia a guardarsi intorno, per riposarsi.

Le foto di sua moglie lo riguardano, occhi fissi in un teatro circolare e lui al centro della scena muto ed immobile. Tutto è come se lei fosse ancora li. La casa è troppo silenziosa per una persona sola, ed è quasi sempre così. Lascia cadere il bicchiere per terra ed inizia a sospirare guardando l’orologio, sono passati cinque minuti, “tutto quanto durerà ancora troppo” pensa. Quando si è felici la vita è ben dispiegata verso il futuro e tutto ti viene incontro regolarmente, nel dolore non è che tu non sappia cosa ti aspetta: non sai mai come sarà la tua percezione del tempo rispetto ai singoli eventi, è questa, per Mr. Bale, la paura del futuro.

Nella brezza del tardo pomeriggio la signora Bale ferma la macchina e si gode le ultime note di Michelle dei Beatles prima di rientrare in casa. Apre di scatto la porta e appoggia la borsa da insegnante sul pavimento

“Albert, c’è ancora il mio piatto sul tavolo in cucina?”. Albert, per noi Mr. Bale, sorride come chi sorride chi già lo sapeva e si gira: “Lo so, amore, sono appena tornato, adesso sistemiamo tutto. Ci sono un sacco di cose da fare!” Mentre la bacia sulla fronte. “Vai tu a prendere Joey?”. Qualcuno chiede all’altro. Ma non è importante sapere chi, l’importante è che la casa risuoni.

E per Albert Bale questa è la routine, da quando hanno fatto la nuova superstrada e riesce a tornare a casa quindici minuti prima di sua moglie. Ad attendere il suo eterno ritorno.

Impreciso schema logico delle azioni umane.

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Ci sono due insiemi che chiameremo A e B, i cui elementi sono a1, a2, a3 eccetera (e b1, b2, b3 eccetera). In entrambi gli insiemi gli elementi sono in equilibrio, tuttavia a volte si creano linee di forza come in un campo magnetico: quando gli elementi vengono presi in queste linee di forza precipitano. Gli elementi per conto loro non producono linee di forza, sono tutti neutri.

Ad un certo punto un elemento: b14, viene spostato in A. La sua condizione è, ancora: stare. Avviene però che b14 viene preso da una linea di forza sviluppatasi violentemente. Essendo b14 magneticamente neutro, come tutti gli a, viene spostato in basso e precipita. Tutto si fa tragedia.

Due considerazioni: b14 non creava linee di forza in B e non le ha create in A: la neutralità prescinde dagli insiemi. Considerare b14 come causa della linea di forza e di conseguenza assimilare a B una capacità di creare un campo è illogico. Pensare che un singolo elemento di B possa creare un campo in A è paradossale.

Le tag di questa imprecisa cosa (niente di più) logico-matematica sono: Salvini, Kyenge, immigrazione, diritti umani, picconate, immigrato ghanese, Lega.

Avvoltoi.

Miomalgrado, ieri mi sono accorto di.

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Quando di notte torni ad aprire le finestre e ti depressurizzi in terrazza ascolti i rumori più strani. Ascolti i rumori più lontani, che di giorno non fanno in tempo ad arrivare. Uccelli notturni e alieni, probabilmente. Di giorno si sentono molti più animali, ma sono più naturali questi suoni che chissà.

Suoni ripetuti da qualche ramo o qualche ciuffo d’erba. Suoni che provengono da dentro di te, perchè se sei al buio, e senti un suono sospetto ed improvviso, ti senti esposto: senti le viscere alla portata dei predatori. Cammini in un bosco, calpesti un bastoncino che scricchiola. Il mostro inizia a correre verso di te. Sicuro.

Il rumore del fiatone lo ascolti con la gola, non con le orecchie.

Ma, più atavico di tutti i suoni,

il ronzio raggelante

del freon,

del frigo.

miomalgrado.

Maniche corte.

La primavera ce la portiamo addosso tutti e non ce la scrolliamo di dosso mai. L’ho sempre vista arrivare più tardi di quando mi raccontava il calendario, come per dirmi che la rinascita è naturale e la natura più di tanto non rispetta quel che noi le abbiamo deciso. Il primo giorno di primavera non lo ricordo, non te ne accorgi. Sei felice perchè sai che è. Ma quando la senti davvero la primavera non sei felice per nessun motivo esterno. Sei felice perchè sei. Perchè ne sei parte. La primavera è avvinghiata alle tue maniche corte come lo è ai germogli sui rami.  Non devi saperne, devi crederne. Abbiamo sperimentato tutti che sapere quando è primavera non porta da nessuna parte. 

Da piccolo Aprile significava cambiare ritmi biologici nonostante la routine ti imponesse ritmi scolastici, intendo che se allo otto c’è il sole non puoi andare a letto alle nove e mezza ancora. Ma la scuola iniziava sempre presto. Pensavo all’estate, al godersi le nove di sera. Ora che è primavera non me lo dice tanto la natura quanto la finestra ancora aperta e la musica che esce dalla stanza. Me lo dice l’uomo e le sue cose, che mutano, si trasformano, si adattano e non sono diverse dal mondo naturale. Come non è diversa la voglia di scrivere prima di dormire, con della musica, tenendo alla distanza di un paio di click qualsiasi notizia dal mondo, falsa come la notizia che il 20 marzo era il primo giorno di primavera e faceva un freddo cane. Chissà che fede avere nel mondo che mi sono costruito senza sentirlo neanche. 

Il baratro dei diritti umani.

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Paul Cezanne: La montagna di Sainte Victoire

Nozze gay definite baratro da cardinale : coraggio allora, i baratri si possono scalare.
Erri De Luca

Quando tra i monti vedi un baratro ti vengono le vertigini, ci cammini a fianco e un passo ti distruggerebbe. Un passo comune, di passi ne fai tutti i giorni. Sei in alto, molto in alto, e vedi giù le cose piccoline, poi guardi il cielo all’altezza degli occhi e ti senti bene. L’aria fresca della montagna riempie i polmoni e pensi che il suo colore non potrebbe essere altro che l’azzurro. Ne hai fatta di strada per arrivare fin sopra, sei sudato, hai uno snack per ricaricarti e il fiato corto che ti impone di farlo. Sei più alto delle nuvole, è stata tutta una conquista. Ci sarebbero delle cime ancora più alte ma sono coperte dalle nuvole, non è una scommessa da fare ancora. Quando sei partito ti sei detto: “meglio non pensare all’arrivo, altrimenti non passa più”.

La strada era ripida e tortuosa.

Il percorso è iniziato mettendo al bando tutti gli altri, a Tessalonica, “pazzi e infami” li avevi definiti, ti sentivi forte e finalmente tutto era pronto per partire. Eri stato per molto tempo fermo, denigrato, ucciso. Ma ora era tempo di andare. Eri a terra, alla base, e avevi tutte le forze. Non si parte mai bene, c’erano sovrani pronti ad uccidere, c’erano guerre religiose, uccisioni in nome di Cristo. I primi metri in salita erano ripidi. Ognuno doveva credere in Cristo, soprattutto se il tuo imperatore diventava cristiano. La razza romana in breve era sparita, mischiatasi con gente proveniente dal nord, dall’est, mischiata con gli arabi. Ma la tua arma più grande, la religione, sapeva gestire politicamente ogni devianza al potere. C’erano le alte pareti dell’Inquisizione, gli stati assoluti. La melma faceva sprofondare gli stivali. Ma bisogna andare avanti, la forza era Newton, Galileo, Giordano Bruno, Keplero, Cartesio…tutto pagato a caro prezzo ma la melma ha iniziato ad essere meno profonda e si è proseguito con le mani, con le unghie. Ventate d’aria fresca e cadute. Poi, ad un tratto, un sentiero: Voltaire, Rousseau, Kant e agli altri. Il 1789, i diritti umani, la parola cittadino: una fonte fresca. La strada era sempre più ripida, sempre più dura, c’erano rocce appuntite, sangue, trincee, fabbriche pullulanti di schiavi o lavoratori. Ma ormai si era arrivati fino a quel punto, è presto per tornare indietro. Il tuo compagno di viaggio ti spinge, i diritti dei lavoratori. Ti cambi le calze che ormai  ti fanno venire le vesciche. Si riparte, il femminismo, i diritti delle donne, Simone Weil. Poi una caduta profonda, ti sbucci un ginocchio, i totalitarismi. Ma sei fatto per le sfide, dai totalitarismi nasce la resistenza. I partigiani, le colline, la liberazione. Sei in alto ormai, e ti rendi conto della precarietà della situazione. “Ci fermiamo?” ti chiedi, no, non è il momento. Esplosioni d’energia ovunque, il 1968, San Francisco, la beat generation, il divorzio, l’aborto; tutte idee che dovevano solamente sbocciare. Sei in alto ed hai le vertigini, non sei a tuo agio in quel posto, senti la fatica delle guerre, della violenza, dell’odio che ancora ti porti dentro. E ti verrebbe la tentazione di tornare giù, al sicuro. Ma senti l’aria fresca. E ci rimani, c’è ancora strada da percorrere. Guarda il baratro, guarda quanta strada hai fatto.

Bagnasco dice che siamo sull’orlo del baratro parlando dei diritti per gli omosessuali. La sua geografia è inversa alla mia, lui pensa che siamo in discesa, la sua aria è la mia melma, quella del principio. Per questo si è sull’orlo, tutta la storia europea è stata un lento avvicinarsi all’orlo, per lui. Per me è il contrario, non è una situazione facile, sei in montagna ed un passo falso ti porta alla rovina. Ma quell’orlo è stata la conquista dei secoli di lotte per i diritti umani.

La valenza dell’orlo dipende da dove vieni e dove speri di andare.

Per tutti i reazionari, allontanarsi dal baratro significa smettere con le vertigini, scendere a terra, tornare alla melma della stabilità, del potere. Non lo definirei orlo del baratro, ma crinale da scalare ancora. Salita, perchè le cose le dobbiamo guardare dal basso verso l’alto e non al contrario.

Parole chirurgiche.

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Chiedevo libri, scuole, baci, fotografie, erba, biciclette, canzoni tante, discussioni, corse, sole, aria, colori, differenze, feste, animali, matite, fogli bianchi, quadri, lavoro, sorrisi, riposo, fatica, sudore, fuoco, film in bianco e nero, i miei amici, Rimbaud, la poesia in generale, i viaggi, i luoghi sconosciuti, la birra, la marijuana, la biologia, gli ecosistemi, gli insettini e la loro anima, i pensieri, le lingue strane, le sfuriate in tutti i nostri dialetti, le varie inclinazioni sessuali, i preservativi gratuiti, le case chiuse, le carceri a ciel sereno, i parchi, i giradischi e molto altro. Parole cancellate dalle campagne e dai programmi elettorali. Ma è ovvio, non si campa, di questo, si campa di soldi, disoccupazione, stupri, mura, sovraffollamento, smog, amianto, tumori, Balotelli, globalizzazione, giornata della memoria, banche, stress, ansia, psicofarmaci, macelli, cattolicesimo, elezioni,  percentuali, dibattiti, silenzio, censura, manganelli, Giovanardi, scudi, polizia, sangue, fisco, tasse, mafia, produttività, riforme, gli ammonimenti di Bagnasco, l’omosessualità contronatura, pedofilia, traffico, Ilva, premier, scandalo, papello, immatricolazioni, F-35, IMU.

Ho solo sfogliato i quotidiani, una rassegna stampa delle parole che girano tutti i giorni, dei fatti che accadono, che fanno accadere con precisione chirurgica. Le parole della campagna elettorale, quella che non ci appartiene e che non chiedevo. La questione economica è più importante di quella morale, mangiare è più importante che ridere, il PIL è più importante dell’anima degli insetti. Le mie sono chiacchiere, ma poi qualcuno va fuori di testa per forza. Bombardato da quello che non vorrei e costretto a seguire i miei desideri ritagliarmi nel privato, fino a quando sfocio nell’illegalità. Il mondo che volevo nostro è diventato un doppio mondo, il mondo loro e il mondo mio. E anche quando stiamo insieme sono tanti mondi propri, mio, tuo, mio, tuo, fondere e creare il nostro è difficile. Per ora sono in un mondo loro che cerco in tutti i modi di fare mio, lottando contro il mio stesso essere loro per circa dieci quindici ore della mia giornata, che ho dedicato a loro ma vorrei dedicare a noi.

Di scale, donne e occhi neri.

Passata la giornata mondiale contro la violenza sulle donne ho letto da qualche parte che una delle frasi più comuni (o la più emblematica) detta dalle vittime che si presentano al pronto soccorso è: “sono caduta dalle scale”. Un viso livido e un occhio nero che mentono sul mondo, che non ne dicono la verità. Mentono per quieto vivere, perchè tutte le occorrenze del mondo, di questo viaggio, sono importanti e ci siamo legati. Una storia brutta, con molti elementi che si incastrano male. Ma mescolando scale, donne, occhi, uomini, mondo e vita si è ottenuto anche questo:

     Ho sceso, dandoti il braccio, almeno un milione di scale
e ora che non ci sei è il vuoto ad ogni gradino.
Anche così è stato breve il nostro lungo viaggio.
Il mio dura tuttora, né più mi occorrono
le coincidenze, le prenotazioni,
le trappole, gli scorni di chi crede
che la realtà sia quella che si vede.

Ho sceso milioni di scale dandoti il braccio
non già perché con quattr’occhi forse si vede di più.
Con te le ho scese perché sapevo che di noi due
le sole vere pupille, sebbene tanto offuscate,
erano le tue.

Eh Robert, ah che te tendo.

(Foto © Robert Capa/Magnum/Contrasto)

“Eh giovane, vedito la in fondo ‘ndo-che-ghe-xè-el-rondò? Te ciapi la seconda…Eh giovane, giovanotto! AMERICANO! Scoltame qua, arda, l’è facile te go dito! Te ciapi la stradina che la va a destra, e te sì belo che rivà. Ah che el sarà a na sc-iopetà eh! Basta che te fai quattro salti e te ghe rivi come giusto ridar”

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